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Il cane pastore delle masserie, patrimonio culturale italiano


Il cane pastore bianco che vediamo nelle masseire ormai è assodato che sia
"ab origine abruzzese, derivato da addomesticamento di canidi di tipo artico o subglaciale in epoca preistorica in terra d’Abruzzo",  se di razza pura ovviamente, il cui nome è Mastino Abruzzese.

Un'altra tesi sposta invece l'origine del cane sempre in tempi assai remoti nelle fredde terre dell'area asiatica. Da lì, dopo l'ultima glaceazione, quel cane sarebbe giunto in altre parti dell'Europa e del Mediterraneo al seguito di gruppi nomadi che praticavano la pastorizia. Qualunque sia l'origine di certo il Mastino Abruzzese, impropriamente chiamato anche Pastore Maremmano,  ha conservato tutte le attidudini del progenitore preistorico abituato a vivere a temperature e condizioni ambientali estreme.

I primi uomini che hanno conosciuto questi cani intuirono che potevano trasformarli da predatori in fedeli cani da lavoro, bravi a difendere il gregge, l'uomo e gli accampamenti. Erano gruppi di nomadi che si spostavano per vivere cercando sempre luoghi più confortevoli e ricchi di selvaggina, che già allevavano animali e cani pastori che portavano al seguito di quel loro peregrinare che poi sarà noto come Transumanza. Grazie al lavoro che svolgevano quei cani i nomadi primitivi avevano tempo da dedicare ad altre attività, innnalzando accampamenti temporanei, cacciando e realizzando utensili che vendevano, insieme alla carne e alla lana,  nei mercati delle città che incontravano durante gli spostamenti.
Tutte le attitudini e le caratteristiche del Mastino Abruzzese sono dunque il risultato di un millenario processo di domesticazione e di selezione. Il pelo estremamente bianco per esempio, tale deve rimanere per dare certezza della razza pura, altrimenti è segno di contaminazione con altre razze e, quindi, di perdita delle caratteristiche sopra elencate. Quel colore bianco ha un'altra utilità di cui ci  riferisce un autore latino esperto di agricoltura, Lucio Giunio Moderato Columella, che nel II sec. d. C. scrisse nel De re rustica: "Il pastore preferisca il bianco, perché è molto diverso dalle bestie selvatiche e questa diversità è necessaria quando si dà la caccia ai lupi, nella semioscurità del mattino o del crepuscolo, affinché non si colpisca il cane anziché la fiera".  
I Romani durante la loro espansione e conquista del centro Italia notarono un canis pastoralis bianco puro che pur non essendo incatenato non si allontanava, anzi era molto fedele al padrone, per questo essi lo utilizzarono non solo per la pastorizia ma anche durante gli spostamenti degli eserciti. I romani compresero, infatti,  che gli uomini delle popolazioni italiche conquistate che praticavano la pastorizia avevano una particolare attitudine a stare molto tempo lontani dalle famiglie e ad affrontare qualsiasi situazione ambientale. Pertanto ne reclutarono molti negli eserciti affinchè nelle pause dalle guerre continuassero a praticare la pastorizia, attività non solo redditizia ma utile durante le campagne di conquista perchè garantiva carne e latte freschi alle milizie sempre. Ovviamente il canis pastoralis continuò ad essere il protagonista in questo nuovo scenario e la sua utilità fu compresa anche nei secoli successivi.

Federico II potenziò molto la pastorizia transumante, facendola diventare un settore dell'economia importante del suo Regno in Italia per esempio; due secoli dopo circa il re aragonese Alfonso I istituì in Puglia La regia dogana della mena delle pecore, un Ente che regolamentizzava la Transumanza. Fu con gli aragonesi anche potenziata la già esistente rete dei Regi Tratturi con una serie di arterie secondarie fino a formare un reticolo viario per gli spostamenti degli armenti dalle montagne abruzzesi alle pianure pugliesi e viceversa, facilitando lungo i percorsi i contatti con i centri abitati. Passando per le dominazioni successive dell'Italia meridionale, fino ai Borbone e fino a gran parte del Novecento, la Transumanza è stata sempre praticata, tra alti e bassi. La modernità nel Novecento ha segnato il tramonto o il ridimensionamento di alcune antiche attività. Così oggi pochi allevatori la praticano, non solo con le greggi, ma anche con bovini ed equini,  però le chilometriche vie della Transumanza, ossia i Tratturi, sono state quasi del tutto distrutte, ne rimangono pochi tratti per fortuna tutelati.

Sono proprio i pochi allevatori che praticano ancora la transumanza che fanno sopravvivere i Mastini Abruzzesi. Ma questi meravigliosi esemplari di cani si possono ammirare anche nelle masserie, comprese quelle pugliesi, dove svolgono sempre il lavoro di cani pastori e, se allevati in purezza, conservano le attitudini sopra elencate. Più grande è l'allevamento più Mastini pastori ci sono che vivono e lavorano in branco, in cui il capobranco detta legge ed è il primo ad affrontare il pericolo. Solitamente Il Mastino Abruzzese avverte il predatore costringendolo a desistere, in casi estremi attacca. Un tempo ai Mastini si faceva indossare il vraccale, ossia un collare di ferro irto di punte metalliche, utile durante i combattimenti. Ai cuccioli alcuni praticavano la conchectomia, ossia il taglio parziale delle orecchie del cane, perchè le stesse lasciate integre erano un appiglio per i morsi del lupo che rendeva così vulnerabile il cane durante un combattimento. Un'antica tradizione, non diffusa in tutto il meriodione italiano però, era di dare in pasto agli stessi cuccioli di mastino le orecchie tagliate, di solito fritte, perchè mangiare la propria carne rendeva di carattere molto più forte. Tra le storie tramandate sul Mastino Abruzzese ce n'è una diffusa. Pare che spesso i Mastini abbiano coperto il corpo di un lupo da loro ucciso con pecore morte a loro volta uccise dal lupo, quasi come fosse un rituale, ovviamente agito istintivamente.

Interessante è l'etimologia del termine "mastino" che si cominciò ad usarlo proprio nelle centro-sud Italia già dal 1100 e che deriva dalla fusione di mast (dal greco mastòs-ou, che vuol dire collina, rigonfiamento, seno, mammella) e nus che è un suffisso latino che indica origine, pertinenza. Pare quindi che sia la parola francese mastin  a derivarere dal termine volgare italico  e non viceversa. Proprio al significato di mammella si collega il nome mastino e la storia legata all'addomesticamento di questi cani, all'origine predatori e non fedeli pastori. L'imprinting ha avuto ed ha un ruolo fondamentale. Si sceglie, infatti,  il cucciolo di cane che va allattato insieme all'agnello, il siero di latte in particolare è la principale proteina dei cani.  Così i due cuccioli crescono come fratelli di latte e il loro diventa un rapporto "mastino" perchè originato dalla mammella da cui entrambi si sono nutriti. Entrambi una volta adulti avranno innato il loro ruolo, il cane di difendere la pecora e la pecora di affidarsi al cane. Da qui l'assoluta assenza di istinto predatorio del Mastino nei confronti delle greggi e degli altri animali di masseria in genere. Non è raro incontrare nelle masserie anche altre razze di cane  derivate dall'incrocio col Mastino Abruzzese. Per esempio l'apporto genetico del cane Corso ha generato cani dal mantello pezzato, cani più adatti per fare la guardia della masserie e non alla pastorizia. Quelli pezzati bianchi e neri sono conosciuti come Mezzocorso.

Quando si visita una masseria i bei cagnoloni pastori bianchi sono irresistibili, viene sempre voglia di accarezzarli, ma conviene sempre farlo in presenza del padrone. A lavorare come cane pastore generalmente si vedono i cani giovani, mentre i cuccioli giocano, come tutti i cuccioli di tutte le specie. Spesso si notano i Mastini Abruzzesi anziani trascorrere parte del tempo a sonnecchiare, godendosi un meritato riposo.
Nel 2018, finalmente, il Governo italiano ha riconosciuto il Mastino Abruzzese patrimonio culturale. "Esso è parte integrante del patrimonio culturale, capolavoro della collettiva e plurimillenaria opera di selezione genetica delle genti della montagna abruzzese, elemento insostituibile dell'attività armentaria ecocompatibile della tradizione pastorale abruzzese".

Per approfondire :

  • "La masseria, il massaro, il mastino e il lupo"  - Dott. Flavio Bruno. www.ilcontadodelmolise.com;
  • "Una lunga storia tutta bianca"  - Relazione storico-tecnica sul cane da pecora abruzzese di Giacomo Di Giustino, Sandro Della Penna e Federica Di Giustino;
  • "Tre antiche razze italiane da Pastore" - Relazione di Alberto Bertelli.



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