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Gli effetti della peste del 1656 in Puglia

Nel 1656 la peste colpì il Regno di Napoli allora governato dal Vicerè spagnolo. La peste, forse arrivata dal mare su imbarcazioni mercantili, proveniva da Algeri in Africa e passando prima dalla Spagna, poi dalla Sardegna giunse a colpire Napoli che per un anno ne fu flagellata.

Nel dicembre del 1657 la città fu ufficialmente dichiarata libera dall'epidemia che, però, si era diffusa già dall'estate del 1656 in tutto il Regno e vi rimase fino al 1658. Solo due Provincie furono risparmiate, la Terra d'Otranto in Puglia, che comprendeva gli attuali Salento e la Valle e d'Itria, e la Calabria Ultra, ossia la parte più a sud della Calabria.

Si tratta dell'ultima grande pandemia che riguardò il Mezzogiorno d'Italia, seguirono altre epidemie ma non devastanti come quella del 1656, che segnò alla fine una discontinuità demografica nel Mezzogiorno.

Pare che la lunga assenza della peste dal Regno, le più vicine risalivano al 1526 e al 1590-92, ebbe un ruolo determinante a sfavore del riconoscimento immediato del virus, come se ormai fosse diffusa una sorta di "dimenticanza" della peste. I trattati scientifici sull'argomento erano diffusi,  ma la teoria non bastò all'inesperienza di chi, soprattutto autorità civili e personale medico-sanitario si trovò in prima linea. La lunga distanza dalle altre pesti ebbe degli effetti anche a livello biologico, perchè la gente non aveva anticorpi contro questo male, quindi era molto vulnerabile.Una delle cause più determinanti della trasmissione della peste fu la fuga di individui, soprattutto dei ceti abbienti, gli unici che avevano mezzi per spostarsi. Si fuggiva soprattutto da Napoli, il principale focolaio, seminando la peste in tutte le tappe tra la capitale  e la destinazione che quasi sempre non si raggiungeva, perchè si moriva durante il viaggio.
La fuga di appestati contribuì a diffondere la malattia anche in Puglia, dove forse arrivò anche via mare con lo scarico di merci. Il Gargano fu moderatamente colpito, la Terra di Bari in maniera drammatica, mentre la Terra d'Otranto ne rimase immune.

La peste tra il 1657 e il 1658 in Puglia
La lontananza da Napoli e da altre località infette giocò un ruolo cruciale nella prevenzione, come importante fu la morfologia del territori di luoghi di difficile accesso, che ebbero quindi tutto il tempo di mettere in atto efficaci sistemi di prevenzione, primo fra tutti il controllo militarizzato dei centri abitati. Tuttavia in uno scenario di panico collettivo che causò morti e disordini sociali, molte autorità locali non furono proprio ligie alle leggi emanate per l'emergenza dall'autorità del Regno, soprattutto regole in ambito medico-sanitario. Per le autorità civili e militari centrali pertanto fu anche difficile governare le aree geografiche più distanti, che dunque nel bene e nel male si autogestirono.
Avvenne anche una esagerata strage di animali, cani e gatti, ritenuti portatori del morbo, tralasciando inizialmente i topi, che invece lo trasmettevano ad animali e uomini.

I medici eroi di ogni tempo.
La peste del 1656 certamente trovò anche la scienza medica non all'altezza della situazione evidentemente, per diversi motivi. Tuttavia, alcuni medici molto intuitivi furono scomodi alle autorità. Fu il caso del medico Giuseppe Bozzuti, che a Napoli diagnosticò celermente la malattia finendo per questo carcerato in una segreta da cui non uscì vivo. A Bari il medico Giuseppe Verzilli per lo stesso motivo fu recluso nel castello dalle autorità, preoccupate del panico che una notizia del genere poteva procurare, almeno questa fu la motivazione ufficiale. Il pensiero non può che andare al 2020 e all'epidemia di coronavirus e al medico Li Wenliang che per primo ha lanciato l'allarme in Cina sulla malattia. Screditato e minacciato dalla polizia, poi riabilitato quando il virus era già diffuso e, infine, deceduto per la malattia contratta in ospedale.

La prevenzione che fu attuata.
Uno dei metodi più efficaci di prevenzione furono i cordoni sanitari intorno alle città, ossia l'isolamento dei centri abitati con cordoni umani, innalzamento di muretti  con pietre, pali e rami spinosi, i "muri della peste".  Controlli serrati su chi entrava e usciva da una località, anche sulle merci. Si praticò ovviamente la  contumacia e si aprirono i lazzaretti.  Molte persone, ricchi e ceti medi, si autotassarono per pagare i militari di guardia e per far fronte a spese sanitarie e di sussistenza per la collettività.
Non mancarono episodi di disobbedienza, specialmente nelle classi elitarie che avevano più possibilità di fuga, come il caso della contessa di Conversano che ricevette dal Vicerè l'autorizzazione di trasferirsi da Napoli a Trani, ma la nobildonna contravvenne all'ordine spingendosi fino alla Terra d'Otranto. Non fu un caso isolato.

Grazie alla distanza da Napoli, le due provincie pugliesi, la Terra di Bari e la Terra d'Otranto, ebbero il tempo di prendere precauzioni contro la peste. Prime fra tutte il presidio militare dei passi del fiume Ofanto. All'inizio funzionò poi venne meno la collaborazioni del  Preside della Terra di Bari (l'autorità provinciale),  vennero meno i controlli e la peste dilagò nella Provincia. Decadde anche l'accordo tra le due provincie pugliesi. La Terra d'Otranto continuò per fortuna  nel suo serrato controllo e concreta fu la collaborazione tra le autorità locali, la diocesi e i baroni, che si autotassarono per garantire le guardie al controllo del territorio.  Per questo in un clima di devastazione sociale causata dalla peste del 1656 nel Regno di Napoli la Terra d'Otranto ne uscì indenne.
Si ricorda a tal proposito che, in Capitanata, nel nord della Puglia,  il paese di Sant'Elia si salvò grazie a una gestione dell'emergenza simile a quella messa in atto a Lecce, nonostante intorno ci fossero località appestate.  

Le cronache non riportano purtroppo una buona sorte per la città Bari dove, per primo l'autorità provinciale non tenne fede agli accordi con Lecce, di conseguenza vennero meno i controlli sulla circolazione umana e sulle merci, a causa anche di interessi personali di pochi che prevalsero sul bene comune. Per tutto questo la peste dilagò seminando morte. Tre parole a Bari furono d'ordine quando ormai era troppo tardi porvi rimedio: fuoco, oro e forca. Il fuoco con cui si bruciavano tutti gli oggetti appartenuti agli appestati; l'oro si raccoglieva per far fronte alle spese medico-sanitarie e per assistere i tanti bisognosi caduti dell'indigenza più assoluta, fattore sociale che facilitava il propagarsi della peste; la forca, infine, come monito per chi non rispettava le regole medico-sanitare promulgate per l'emergenza, con pene severissime come la pena di morte.
Fabrizio Veniero scrisse nelle Disavventure di Bari (1658): « Li carrettoni givano vicendevolmente di cadaveri ingombri dalla città alle preparate fosse, oltrepassando di cento il numero per giorno, tra quei, che nei lazzaretti e nella città perivano ».
La Puglia con la peste degli anni 1657/8 diventò "più bianca", nel senso che si diffuse molto, anche obbligatoriamente,  l'uso della calce, un potente disinfettante.

La religiosità ai tempi della peste in Puglia.
Un episodio così devastante per la collettività sconvolse gli animi anche in luoghi meno colpiti o per nulla colpiti dalla peste. Poichè le spiegazioni scientifiche erano per pochi addetti ai lavori,  la collettività giustificò la peste come un castigo di Dio che colpiva non solo i corpi, anche le anime. Per questo molti facoltosi fecero testamento a favore di Chiese, Conventi e luoghi pii, per avere salva l'anima almeno. Soprattutto si accentuarono forme devozionali come orazioni, digiuni, penitenze e processioni dai caratteri più teatralmente drammatici. Fu scombinata anche una gerarchia di santi e Madonne fino allora in uso.
A Napoli il culto per la Madonna di Costantinopoli si era già affermato con la peste del 1529 quando fu trovata presso le mura cittadine un suo dipinto. L'immagine di Santa Maria di Costantinopoli  fece cessare subito la peste che già flagellava il Regno dall'anno prima, scoppiata durante la guerra di Lautrec. Da quel momento in poi Santa Maria di Costantinopoli si invocò per le epidemie, anche quando la peste tornò a Napoli nel 1575.  Stessa cosa accadde nel 1656.
Proprio a Bari,  con la peste degli anni '60 del Seicento già dilagata,  si svolse una processione dove i fedeli, uomini e donne, alcuni portando pesanti croci sulle spalle, altri fustigandosi, altri scalzi seguirono tutti la tela di Santa Maria di Costantinopoli fino alla Basilica di San Nicola. Dedicate alla stessa Madonna sorsero ovunque cappelle e chiese. A lei si dedicarono tele, molte delle quali possiamo ammirare ancora oggi sparse in tante chiese, quasi sempre dipinta con altri santi, tra cui san Gaetano da Thiene, santo taumaturgo invocato per la peste,  e con uno sfondo di città in fiamme, chiaro riferimento al fuco purificatore durante le pestilenze.

La Provincia d'Otranto fu invece risparmiata dalla peste, per tradizione, grazie all'intervento miracoloso di sant'Oronzo, che così divenne nuovo protettore e patrono della città spodestanto la povera santa Irene, già patrona della città. Fu l'allora vescovo Pappacoda che cavalcò il sentire popolare affermando il culto di sant'Oronzo anche per rilanciare l'egemonia del clero secolare in città sugli ordini religiosi. Fu allora che, per celebrare il santo salvatore, fu eretta dall'architetto Giuseppe Zimbalo sulla pubblica piazza una colonna con i resti di una delle due colonne brindisine terminali della Via Appia. La piazza ora è intitolata a Sant'Oronzo, la colonna è sempre lì con la settecentesca statua del santo sul capitello che sostituì la precedente distrutta da un incendio, perchè di legno e rame.

In Capitanata, nel nord della Puglia, la peste del 1656 arrivò ma con effetti meno devastanti rispetto a Bari e provincia. In questo case fu san Michele Arcangelo a proteggere i luoghi. In quel tempo qui fu rinforzato  anche il culto di San Rocco, un santo che patì la peste sulla propria pelle. Qualche decennio dopo, quando la Puglia fu colpita nuovamente dalla peste, nel 1690, anche a Locorotondo, Ceglie Messapica e Noci, in Valle d'Itria, San Rocco fu molto invocato, diventando il nuovo protettore, sempre a scapito dei vecchi.

Per approfondire:
"Il ruolo dei fattori antropici e fisici nella diffusione di epidemia di peste del 1656-58 nel Regno di napoli" di Idamaria Fusco del CNR - Centro di Studi sulle società del mediterraneo, Napoli.

"Peste barocca e gesuitica nel Regno di Napoli" di Pietro Sisto, in Letteratura Meridionale. Contesti nazionali e sovranazionali - Atti del Convegno di Studi ADI Puglia e Basilicata (Lecce 17-19 maggio 2012).


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