Passaturi
  MENU

Arte e folcore dedicati a Sant'Antonio da Padova


Viaggio nell’arte e nella tradizione dedicata a Sant’Antonio da Padova, francescano, taumaturgo e Dottore della Chiesa, una devozione lunga secoli a Martina Franca.

Il 13 giugno la comunità cattolica festeggia Sant’Antonio da Padova (nome di battesimo Fernando, nato a Lisbona nel 1195) nel giorno della sua morte, avvenuta nel 1231 a Padova dove è sepolto nella bellissima Basilica a lui dedicata. Ad appena un anno dalla sua morte il Papa Gregorio IX, che lo aveva sempre apprezzato e sostenuto per le sue doti di predicatore, lo proclamò Santo il 30 maggio del 1232 nella cattedrale di Spoleto. Da allora il suo culto si è propagato nel mondo e naturalmente in tutta la penisola italiana, un culto evidenziato con chiese a lui dedicate ed esaltato da opere d’arte, come statue e pitture che raccontano la sua agiografia arricchita da miracoli, prodigi e guarigioni, poiché viene soprattutto ricordato come taumaturgo, fatto che ha determinato nei secoli dei pellegrinaggi in alcuni santuari a lui dedicati, primo fra tutti la Basilica di Padova. Anche a Martina Franca qualche secolo fa si diffuse il culto e gli fu dedicata una chiesa.

Un po’ di storia della Chiesa.
La chiesa di sant’Antonio da Padova (foto.1) di Martina Franca è alle porte della città vecchia, extramoenia avremmo detto appena qualche secolo fa, quando le mura cingevano la città.  Essa, con l’ex convento, ha dato il nome anche al Borgo di Sant’Antonio, uno dei Borghi ottocenteschi che estesero l’architettura urbana oltre le mura con strade più larghe espandendosi lungo il perimetro del centro storico. Fu allora che l’area verde di pertinenza del Convento di Sant’Antonio divenne un bellissimo parco urbano ricco di piante ed essenze naturali, abbellito dall’arte topiaria,  di cui la comunità poteva usufruire, ancora oggi vivo e vegeto per fortuna e chiamato Villa Garibaldi.
Ma facciamo un salto nel passato, quando alla fine del XV secolo giunsero a Martina Franca i Frati Minori Osservanti, appartenenti alla grande famiglia dei Frati Francescani, scissi in più rami dopo la morte di San Francesco. I Minori Osservanti ottennero dal Comune di Martina Franca di poter erigere la chiesa e il romitorio di Santa Maria delle Grazie in un luogo noto alla comunità martinese come di Santo Stefano, il che fa ipotizzare la preesistenza di una chiesa dedicata al protomartire Stefano. I frati poterono costruire grazie anche alle donazioni che seguirono da parte di devoti e, finalmente nel 1497 il papa Alessandro VI concesse la possibilità di poter edificare anche un Convento (foto 2). La Chiesa dedicata a Santa Maria delle Grazie continuò a essere soprattutto la chiesa di Santo Stefano per la comunità locale, un culto molto radicato tanto che l’attuale Piazza XX Settembre che separa la chiesa dalla città vecchia era un tempo Largo Santo Stefano. Arco di Santo Stefano è il nome della settecentesca e scenografica porta di accesso al centro storico, nome preso dalla preesistente porta medievale.

Alla fine del XVI secolo ai frati Osservanti subentrarono i Minori Riformati, sempre francescani, e vi rimasero fino al 31 dicembre del 1866, quando avvenne la confisca di tutti i beni ecclesiastici che eseguiva la legge di soppressione degli ordini religiosi del 1862.
Entrambi gli ordini, Osservanti e Minori Riformati furono un punto di riferimento per la comunità. Nel terreno di pertinenza del Convento fu fondato un cimitero civile, nel Convento fu operativa una fabbrica del tessile, anticipando di molto uno dei settori trainanti dell’economia martinese dall’Ottocento in poi. I Frati insegnarono ai figli di famiglie abbienti in cambio di danaro che naturalmente serviva per sostenersi. Essi aprirono una scuola di pittura, curarono gli ammalati e fecero opere di bene. Soprattutto per l’abbellimento nel tempo della chiesa e dello stesso Convento giunsero qui maestranze dei vari campi dell’arte, scultori, scalpellini, pittori, architetti, intarsiatori, e tra essi anche nomi importanti, come Stefano da Putignano, Angelo da Pietrafitta e Leonardo Antonio Olivieri.
La Chiesa e il Convento si cominciò a edificarli alla fine del 1400. La chiesa era in stile tardo gotico, ma nei secoli ha subito varie ristrutturazioni e un cambiamento radicale della facciata nel 1835 in forme neoclassiche, pertanto oggi si leggono sulle architetture vari stili. Nel XIX, infine, il tempio fu dedicato a Sant’Antonio e da allora cominciò ad affievolirsi la devozione per Santo Stefano, a cui lo scultore Stefano da Putignano, grande firma del rinascimento pugliese, aveva dedicato una mirabile statua conservata nella chiesa, datata 1518 (foto 3).

L’arte dedicata a Sant’Antonio da Padova a Martina Franca.
La più antica immagine che si conserva di Sant’Antonio da Padova a Martina Franca nella chiesa a lui dedicata è la statua scolpita da Stefano da Putignano nel 1518 (foto 4) come si legge sul basamento: SANTUS ANTONIUS DE PADUA 1518 STEPHANUS (APVLIE) POTENIA(NI) ME CELAVIT.  L’immagine ricalca le più antiche rappresentazioni del Santo che lo mostrano con il saio francescano e il libro nella mano sinistra, mentre il giglio è un attributo che si aggiunge all’iconografia antoniana a partire dall’età Moderna e che rappresenta la purezza. A divulgare l’immagine di Sant’Antonio con il giglio fu la statua bronzea di Donatello realizzata per la Basilica patavina. Il libro, tra i più antichi attributi del santo, è un chiaro riferimento al suo sapere, alla sua approfondita conoscenza delle Sacre Scritture e della Bibbia. Egli prima di essere francescano fu un agostiniano, studiò, diventò docente e predicatore e poi nominato Dottore della Chiesa nel 1946.

Nell’adiacente ex Convento dei Riformati, nel Chiostro, nella terza lunetta a sinistra è possibile ammirare un affresco di ignoto pittore che raffigura San Martino, Santa Comasia e Sant’Antonio da Padova sulla prospettiva di Martina Franca (foto 5). Sant’Antonio appare nel cielo dipinto in gloria e avvolto da un alone di nubi nell’atto di proteggere la città di Martina Franca rappresentata con la sua cinta muraria, le torri, i campanili.  In primo piano sotto a figure grandi sono effigiati i Santi protettori, Martino vescovo e Comasia che regge il libro e la palma del martirio. L’affresco testimonia il ruolo di protettore meno principale della città di sant’Antonio. E’ interessante il profilo della città di Martina nella seconda metà del Settecento che fa da sfondo ai Santi, secolo in cui furono eseguiti gli affreschi nel Chiostro. Infatti è riconoscibile l’Arco di Santo Stefano del 1761, oltre al campanile romanico della vecchia Collegiata di San Martino, più elevato e con la cuspide. Un fulmine lo ha poi reso più tozzo, come si presenta oggi.

Sempre nello stesso Chiostro, nella prima lunetta a destra è affrescato San Martino fra i Santi Antonio da Padova e Comasia (foto 6). In questo caso Martino è con la corazza e l’elmo, a cavallo e con la spada taglia metà del suo mantello per donarlo al povero inginocchiato ai suoi piedi. A sinistra c’è Sant’Antonio con il Bambino Gesù in braccio e a destra Santa Comasia, qui riccamente abbigliata e strige sempre nella mano sinistra la palma del martirio. Viene anche in quest’affresco proposto il tema di sant’Antonio protettore della città con Martino e Comasia. Qui il Santo è raffigurato col Bambino Gesù in braccio, una iconografia rappresentata per la prima volta alla fine del 1400 e che nasce da un miracolo del Santo come si riporta nella cronaca francescana denominata “dei ventiquattro generali”. Ci sono due versioni però sul significato del Bambino, una che si riferisce all’episodio in cui il Santo salva una donna dalla uccisione per adulterio, facendo parlare prodigiosamente il neonato figlio il quale conferma che suo padre era invece il marito della donna. L’altra versione racconta di una apparizione di Gesù Bambino a sant’Antonio durante l’ultimo suo periodo di vita.  

Spostiamoci ora in Valle d’Itria ad appena un chilometro dal centro urbano dove sorge la Chiesa di Sant’Antonio dei Cappuccini, edificata dai Frati Minori Cappuccini gli ultimi, tra i Francescani, a stabilirsi a Martina Franca e che abbandonarono il sito dopo il 1866. Nella chiesa, dove ci sono splendidi altari lignei barocchi, si può ammirare nella cappella dedicata a sant’Antonio da Padova la bella tela che raffigura Sant’Antonio da Padova tra i Santi Domenico e Vito (foto 7), del pittore Fabrizio Fullone e realizzata tra il 1605 e il 1608. Sant’Antonio è ritratto con i suoi attributi più noti, nella mano destra il libro che regge il Bambino Gesù e nella sinistra il giglio, circondato in alto da angeli su nubi. A sinistra in basso a mezzo busto è ritratto San Domenico che regge nelle mani giunte il Libro della Sapienza, mentre a destra, sempre a mezza figura San Vito Martire.

Accanto all’altro importante complesso Conventuale dedicato a san Francesco di Assisi a Martina, fondato dai frati Conventuali o Francescani neri alla fine del XVII secolo c’è la sede della Confraternita di sant’Antonio da Padova, dove si conservano due affreschi del santo. Il primo nell’oratorio dove l’immagine di Sant’Antonio (foto 8) è dipinta sul paliotto dello scenografico altare barocco in pietra locale. Il santo regge nella mano destra il Bambino Gesù che porge il giglio, simbolo di purezza, ad Antonio.
Nel sepolcreto della Confraternita, che conserva degli interessanti affreschi, si può ammirare un’altra particolare immagine che arricchisce l’iconografia antoniana legata alla cultura locale (foto 9). Il Santo regge sempre il Bambino nella mano destra, anche qui poggiato sul libro, e il giglio nella mano sinistra. Ai suoi piedi in ginocchio e incappucciati due confratelli in profonda devozione e in segno di penitenza. L’affresco è settecentesco e rileva che ancora oggi la divisa della confraternita, la mozzetta, conserva il colore bruno del saio francescano.

Dal sepolcreto, sulle tracce di sant’Antonio, è d’obbligo entrare nella bellissima chiesa di San Francesco d’Assisi, al cui interno si rimane abbagliati dall’esuberanza del barocco leccese, magistralmente raccontato dagli altari. Tra essi anche l’altare dedicato a sant’Antonio da Padova, opera di Carlo Intini (foto 10). Nella nicchia il Santo che nella mano sinistra regge il libro e il Bambino sopra, un’immagine molto tenera del Bambino che apre le braccia verso sant’Antonio. Nella mano destra il giglio, simbolo di purezza. Ai lati le Sante, Barbara, Agata, Apollonia e Lucia, Tutto rigorosamente in pietra calcarea, dove l’elemento decorativo è ridondante fino a generare il tutto tondo. Le colonne tortili, in un moto ascensionale, sono avvolte da tralci vegetali e figure di angeli. Tracce di policromia si scorgono ancora, facendo immaginare come i colori un tempo ne accentuavano l’effetto scenografico.
 
Nella città vecchia, questa volta nel Rione Montedoro, il luogo che fu il Castrum Martinae prima della rifondazione angioina della città del 1300, sorge la chiesetta medievale San Nicola in Montedoro.  L’interno è decorato con dipinti a tempera del XVII secolo, una raccolta di santi e madonne a cui il popolo della Valle d’Itria era devoto. Tra essi sulla parete d’ingresso ci sono frammenti di un’immagine di sant’Antonio da Padova (foto 11) che regge il libro nella mano destra su cui c’è il Bambino Gesù e nella sinistra un bastone di giglio.

Nella Confraternita della Natività e Dolori di Maria c'è l'affresco che raffigura la Vergine con Bambino assisa su nubi (foto 12). A sinistra inginocchiato Sant’Antonio da Padova e sullo sfondo un paesaggio naturale. La raffigurazione richiama lo stile molto popolare delle edicole votive, tant’è che si ipotizza che all’origine si trattasse di un’edicola poi inglobata nel complesso dell’Oratorio.

In un’altra antichissima chiesa, un tempo tra le più importanti, San Vito dei Greci, si conserva l’immagine settecentesca di pittore anonimo del Santo (foto 13), che questa volta regge con la mano sinistra il Bambino che teneramente accarezza il volto al santo, umanizzando la scena.

Non distante dalla chiesa di San Vito, in Via Arco Valente  sotto l’arco di transito è affrescato anche sant’Antonio da Padova (foto 14),  di pittore ignoto del XVIII secolo. Qui il santo è in adorazione del Bimbo Gesù che gli appare su nubi e sostenuto da Angeli, immersi in un paesaggio naturale. Un’immagine decisamente nuova rispetto alle altre più conformi a delle regole, perchè qui c'è una libera disposizione delle figure nello spazio.

In Via Paolo Chiara c'è un'altra bellissima immagine di Sant'Antonio da Padova (foto15), restaurata grazie al contributo dei residenti, a testimonianza della sempre viva devozione. Non mancano mai fiori freschi e non a caso ci sono i gligli, richiamando il giglio uno degli attributi principali del Santo. L'immagine sacra si trova sotto un arco di transito, come tante altre immagini ed edicole sacre, luoghi dove era confortevole fermarsi a pregare anche nelle giornate fredde o piovose invernali, perchè protetti.

Tante altre immagini dedicate a Sant’Antonio da Padova sono ammirabili nelle chiese delle tante masserie sparse nel territorio, dove si conserva un patrimonio artistico considerevole, solo un eco del fervore artistico che elevò Martina Franca a raffinato centro artistico della Valle d’Itria.

La tradizione dedicata a Sant’Antonio da Padova
Nel 1529 la città di Martina Franca subì un assedio e si racconta che apparve sulle mura della città San Martino con l’esercito celeste; tra essi anche sant’Antonio da Padova. L’apparizione intimorì e mise in fuga gli assedianti, che la tradizione e la storiografia locale hanno sempre riportato come i Cappelletti. In realtà fu il “fuoco amico” che cercò di assalire Martina, ossia i soldati dell’imperatore Carlo V d’Asburgo in ritirata dalle coste di Monopoli sull’Adriatico, durante la guerra di Lautrec. In ricordo di quell’episodio in cui protagonista fu pure sant’Antonio nel 1531 i Frati Osservanti riuscirono a ottenere per il Santo il riconoscimento di protettore meno principale della città dall’Università (Municipio) di Martina Franca.

La tradizione lega la figura di Sant’Antonio da Padova anche alla distribuzione del pane benedetto nel giorno della commemorazione della sua morte, ossia il 13 giugno. Un tempo quel pane si distribuiva soprattutto ai poveri, in ricordo dell’opera di carità che sant’Antonio ha sempre attuato. Qui in Valle d’Itria in particolare il pane benedetto si donava anche a famiglie dove c’era un malato affinché guarisse, ricordando le doti di taumaturgo del santo. Chi viveva stanzialmente nella campagna della Valle d'Itria del pane benedetto usava mangiarne subito un pezzo, come buono auspicio, e conservarne il resto per il rito noto come “tagliare la grandine”. In occasione dei forti e temuti temporali estivi, spesso dannosi perché accompagnati da grandine che distruggeva le colture, il pane benedetto veniva lanciato fuori dall’uscio per tre volte, tracciando una croce e recitando una triade di preghiere. Qualcuno si affidava a esperti “santoni” che prima dei temporali salivano sui coni dei trulli, quasi a sfidare i tuoni e i lampi intrepidamente, e pronunciavano formule magiche accompagnate da strani gesti.

In Valle d'Itria, e non solo, il 13 giugno alla festa del Santo i contadini e i massari portavano in offerta nelle chiese e conventi al lui dedicati fasci di grano per ringraziarlo del raccolto. Infatti è a giugno che si raccoglie il grano e questo rituale è stato da qualche anno rivitalizzato, come a Ceglie Messapica. Una grande festa di ringraziamento con l'offerta del grano (Foto 16).

Nella città di Martina Franca si recita una breve giaculatoria per Sant'Antonio che si riporta qui nella versione dialettale, con traduzione in italiano.

Sant'Antōnię
Sant'Antōnię pę l'u lazzę
scèvę purtannę  Cręstę 'mbrazzę
Scèvę lęscēnnę u ręspunzōrię
fammę n'a jirazzię Sant'Antōnie.

Sant'Antonio
Sant'Antonio con il cingolo (corda con tre nodi)
portava Gesù  Cristo in braccio
leggeva il responsorio ( antica salmodia)
Fammi una Grazia Sant'Antonio.

Per approfondire:

- I Frati Conventuali a Martina Franca e la Confraternita di Sant’Antonio da Padova di Giovanni Liuzzi – 1996.
- Iconografia francescana a Martina Franca – Gruppo Umanesimo della Pietra – 1983.
- Martina Barocca e Rococò di Piero Marinò – 2015.
- Il Maestro di Dio di Chiara Mercuri in MEDIOEVO - Giugno 2011 pp.75-91.
- Si ringrazia l'insegnante Pina Chirulli per la giaculatoria.



Leave a comment

  Send


PLEASE NOTE: your comment will first be moderated and if deemed appropriate published