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La chiesa di San Giorgio a Locorotondo


Da qualsiasi parte si giunga dalla Valle d'Itria ecco che in lontananza svettano il campanile e la cupola della chiesa Madre di Locorotondo, come un faro per attirare visitatori in uno dei "borghi più belli d'Italia".

“ Scendendo verso Taranto, la monumentale chiesa di S. Giorgio a Locorotondo, a croce greca inscritta, ha la facciata divisa in tre parti di cui la centrale sporgente, inquadrata da un largo ritmo di semicolonne, ha un sapore neocinquecentesco”. Con queste parole Lorenzo Bartolini Salimbeni cita la Chiesa Madre di Locorotondo in un suo saggio  sull’architettura italiana dedicato ai secoli Seicento e Settecento, omaggiando il monumento. La chiesa dedicata a san Giorgio  è in effetti un bellissimo monumento neoclassico, edificato sul punto più alto della collina dove sorge la città, con la sua cupola e il suo campanile svettanti che si possono ammirare da ogni luogo della Valle d’Itria. Talvolta  l’apice del campanile spunta tra le nuvole creando visioni molto suggestive. Questo bellissimo tempio è l’ultimo in ordine cronologico di quelli succedutisi in questo luogo e dedicati sempre al Santo patrono Giorgio.

Un po’ di storia
Il culto di San Giorgio a Locorotondo è legato alle origini della città.  In un editto emanato nel 1195 dal re di Sicilia Enrico VI ( il padre di Federico II) in cui egli elencava i possedimento del feudo monastico benedettino di Santo Stefano,  vicino Monopoli, fu citato anche  un locum qui dicitur Rotundus …et in eo ecclesiam Santi Giorgii. Chiaro il riferimento a un casale tondeggiante e con un luogo di culto dedicato a San Giorgio. Probabilmente il casale esisteva già sotto precedenti dominazioni, forse no, con certezza sappiamo  dall’editto che esso esisteva nel XII secolo e che c’era un luogo di culto. Lo storico locale Angelo Convertini, vissuto a cavallo tra il Settecento e l’Ottocento, cita nei suoi manoscritti il primitivo luogo di culto come chiesa rupestre, aggiungendo che forse era una grotta già utilizzata per riti pagani.  Ipotesi suggestiva non del tutto accertata però. Di certo fra il Trecento e il Quattrocento nello stesso luogo viene edificata una cappella, sempre dedicata a San Giorgio. Di essa si legge in un documento relativo a una visita pastorale del 1642 effettuata dal vescovo Fabio Magnisio, poche informazioni  da cui  tuttavia si deduce che si trattava di una semplice cappella con aula a botte e copertura a conversa, a cummersa nel dialetto locale. Tra il 1578 e il 1579 fu edificata una nuova chiesa che inglobò la vecchia cappella medievale, una chiesa con un’architettura ancora tardo gotica, trinavata e con un ampio coro rettangolare. L’arredo scultoreo in pietra fu eseguito tra il Cinquecento e il Seicento, rimanendo tuttavia fedele a stilemi rinascimentali.  Sulla chiesa  molte informazioni sono state ricavate dagli scritti delle diverse visite pastorali avvenute tra i secoli Seicento e Settecento e dal manoscritto  dello storico locale Angelo Convertini, che  fu testimone oculare della chiesa cinquecentesca e la vide  demolire nel 1790 per la costruzione dell’ultimo tempio dedicato a san Giorgio.

Nel XVIII secolo era ormai una necessità dare alla comunità di Locorotondo una chiesa più capiente. Dopo una prima decisione di intervenire sul tempio cinquecentesco,  che necessitava di interventi, si comprese che sarebbe stato più saggio demolirlo ed edificarne uno nuovo. Così fu.  Dopo attente analisi di più storici, alla fine la paternità del progetto globale è attribuita all’architetto barese Giuseppe Gimma che però non potè seguire i lavori perché ebbe  un altro incarico come Regio Architetto del Regno di Napoli. Quindi esecutori dei lavori  furono gli impresari ostunesi ingegnere Carlo Fasano e il mastro muratore Donato Antelmi.  I lavori iniziarono ufficialmente il 19 luglio 1790 con la demolizione della  vecchia chiesa  di cui alcune pietre furono reimpiegate, mentre l’arredo scultoreo fu in parte collocato nella nuova chiesa, in parte distribuito in altre e anche disperso in ambienti privati, ma per fortuna ultimamente quasi del tutto rintracciato. Durante la demolizione sotto la mensa dell’altare della vecchia chiesa  fu trovata un’urna con le reliquie dei Ss. Ruffino e Vittorio, oggi deposte in un ambiente del succorpo.  I lavori durarono 35 anni perché più volte interrotti.  La prima volta nel 1798, quando ci fu un rallentamento per la difficoltà di acquistare,  per demolirle,  le case pertinenti all’area di edificazione della chiesa; nel 1799 furono i moti insurrezionali a interrompere il cantiere, poiché anche Locorotondo fu coinvolta nel clima rivoltoso antiborbonico per l’instaurazione della Repubblica partenopea. In questo clima la chiesa erigenda fu purtroppo saccheggiata con la sottrazione di materiale edile e attrezzature. La lunga interruzione dei lavori mise a rischio anche le strutture fino ad allora realizzate a causa dell'esposizione agli agenti atmosferici che fece anche crescere vegetazione  sulle parti esterne, insomma ci fu un principio di degrado.  Per fortuna, dopo vari ripensamenti sul progetto iniziale,  nel 1810 i lavori ripresero sotto la direzione dell’architetto locorotondese Giuseppe Campanella. Nel 1829 il monumento fu completato e consacrato.

L’architettura.
In una piccola piazzetta elegante s’impone  la facciata della  chiesa settecentesca di san Giorgio con la sua veste decisamente classica. Coppie di semicolonne ioniche nell'ordine inferiore e corinzie in quello superiore abbelliscono la parte centrale aggettante, su cui in asse si susseguono il portale maggiore, coronato da un timpano decorato, il finestrone al centro e, infine, sulla sommità un elegante frontone nel cui timpano è scolpita la scena di San Giorgio cavaliere che uccide il drago per salvare la Principessa che è alle sue spalle terrorizzata. Al lato della Principessa si riconosce una tipica costruzione diffusa nella città di Locorotondo, una casa con copertura a cummersa, forse fu voluto un riferimento proprio al luogo di cui il santo è patrono.  Sulle sommità laterali del primo ordine sono collocate le statue litiche di  san Pietro a destra e di san Paolo a sinistra, di autore ignoto.
Sugli angoli del primo ordine del campanile,  alto 47 metri, sono collocate le statue delle Tre Marie e della  Veronica, provenienti dal polittico della Cappella della Pietà smembrato durante la demolizione della preesistente chiesa cinquecentesca. La cupola, un tempo coperta con tegole maiolicate, le riggiole,  nel 1841 fu folgorata e danneggiata, quindi le riggiole furono sostituite da  una copertura in pietra.

La pianta della chiesa è composita. Una pianta centrale arricchita però da una visione prospettica dell'asse longitudinale su cui si susseguono la navata centrale, l'altare maggiore e il coro. La cupola alta 35 metri è decorata nei pennacchi con le immagini dei quattro evangelisti. L’estetica e il  simbolismo della croce greca unite alla praticità di uno sviluppo longitudinale,  dove ogni spazio in più è funzionale alla celebrazione del rito: l’assemblea dei fedeli, il presbiterio e il coro. Tutta la chiesa è avvolta da un’atmosfera calda ottenuta da tinte tenui che dipingono le pareti. Dal lato destro del presbiterio si accede nei locali della sacrestia e nel campanile dove è esposta una lapide della vecchia chiesa cinquecentesca con l’incisione della data di realizzazione. Il presbiterio è rialzato perché sotto si trova la Cappella del Purgatorio, dove è possibile accedere da una porta a destra dell’altare maggiore, passando prima dalla Cripta.

Gli altari
Gli altari barocchi  laterali della chiesa, due per lato, provengono dalla preesistente chiesa cinquecentesca, tutte opere marmoree realizzati a Napoli nel 1764 dai marmorari Lamberti, artisti che hanno operato in vari luoghi della Puglia.  Lo schema compositivo infatti ricorre in molti altari di matrice napoletana realizzati tra il Seicento e il Settecento: i gradini, la mensa, il tabernacolo e il capialtare, e ricorre anche  il postergale. Tutti marmi policromati arricchiti da composizioni plastiche elaborate.  Nella chiesa di San Giorgio particolarmente elaborato è l'altare della Madonna del Rosario, che comprende tutti gli elementi compositivi elencati.  Un esempio di virtuosismo scultoreo dove il postergale si prolunga sulla parete fino a incorniciare la tela centrale con i 15 piccoli ovali che raffigurano i Misteri. Difronte nel braccio opposto della croce si apre il Cappellone del SS. Sacramento, con il prezioso altare settecentesco ornato anche da piccoli ovali di lapislazzuli. L’unico altare realizzato ex novo per la nuova chiesa è quello maggiore, dedicato a San Giorgio, opera dello scultore napoletano Fedele Caggiano del 1851. Dello stesso artista è il battistero collocato accanto all’ingresso principale. Dello scultore napoletano Pasquale Ricca sono il monumento al Fondatore e le due vasche per l’acquasantiera.
Le 42 formelle del XVI secolo,  nel Cappellone del Sacramento.
Provenienti dalla vecchia chiesa cinquecentesca sono le 42 formelle ricollocate nel  Cappellone del SS. Sacramento dove arricchiscono la macchina d’altare. Si tratta di un repertorio di scultura rinascimentale a basso rilievo, per questo di rilevante importanza se si considera che molto di quella produzione artistica regionale è stata distrutta oppure si trova sparsa in ambienti privati, quindi sottratta alla fruizione e allo studio pubblici. Un primo documento che ne attesta la loro collocazione nella vecchia chiesa, risale al 1642 dove si legge che esse arricchivano la Cappella della Pietà.  Sul nuovo altare esse formano due pilastri per lato, all’interno le formelle più piccole raffiguranti il Nuovo Testamento e all’esterno quelle più grandi raffiguranti il Vecchio Testamento. E’ probabile che alcune di esse siano andate perse e comunque l’attuale sequenza non segue un ordine cronologico preciso. Si desume anche dai contenuti iconografici e iconologici che ci doveva essere all’epoca un’alta committenza culturale. Le formelle erano originariamente tutte dipinte, un colore tenue che ne accentuava l’espressività artistica e la funzione didattica, coinvolgendo emotivamente il fedele e osservatore, che spesso all’epoca conosceva le Sacre scritture attraverso l’arte,  essendo perlopiù una popolazione analfabeta. Un perfetto intreccio tra arte e fede tipica espressione della religiosità tardo-rinascimentale. La rimozione del colore e quindi anche di una maggiore carica espressiva purtroppo ha riguardato molte sculture del rinascimento, anche di autori importanti, forse perché l’uso del colore sulla scultura la faceva apparire antiquata, rimandava a sculture tardo gotiche.  La valorizzazione di queste opere rinascimentali dipinte è purtroppo giunta molto in ritardo, e tardi si è compreso che proprio il colore accentuava l’espressività dei personaggi, la plasticità e il senso di prospettiva delle ambientazioni. Così è stato indelebilmente cancellato  un tratto caratteristico della scultura pugliese realizzata con materiali poveri, come la pietra e il legno che ben si prestavano a essere dipinti. Non essendo opere in marmo furono dai contemporanei,  e  non solo, snobbate. 
L’arredo pittorico
Sui 4 altari laterali della chiesa Madre di Locorotondo è possibile ammirare le tele  dipinte tra il 1838 e il 1841 da Gennaro Maldarelli, pittore napoletano che lavorava alla Corte del regno di Napoli sotto Ferdinando IV di Borbone.  Indubbiamente dalle tele traspare la formazione neoclassica del pittore , con uno stile che unisce un'estetica resa con la semplicità delle forme,  uno sfondo uniforme e vedute frontali, il tutto teso a esaltare la funzione etica e morale delle scene.
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artendo dalla navata  sinistra si incontra la Cappella del Ss. Sacramento dove è possibile ammirare LUltima Cena, dipinta nel 1841, un olio su tela. La tela che segue la concavità dell’abside riprende una iconografia rinascimentale, con al centro il tavolo rettangolare imbandito anche con pesci, simboli di Gesù, e intorno  Gesù e gli Apostoli. Si distingue Giuda il primo discepolo a sinistra che regge nella mano il sacchetto con i trenta denari. Giovanni, imberbe, come sempre accanto a Gesù ha la mano sinistra sul petto, in segno di dolore.  Gesù al centro l’unico con l’aureola che volge uno sguardo di rassegnazione al cielo. Il pittore rende bene con le sue pennellate la sofferenza degli apostoli, che attoniti si scambiano sguardi,  presagendo che qualcosa di terribile sta per accadere. Lo sfondo uniforme non fa distrarre l’osservatore dal contenuto della scena.
 
Proseguendo, il secondo altare a sinistra è dedicato all’Assunzione della Vergine Maria in Cielo, dipinta nella grande tela a olio nel 1838. La Vergine viene portata in cielo su una nube intorno alla quale girano angeli che si tengono per mano, rendendo l’idea del movimento. La Vergine ha le braccia aperte e lo sguardo rivolto verso il fascio di luce arancione, la manifestazione del divino, da cui ella pare rapita.  Anche in questo caso un sfondo neutro mette in risalto la scena, non distraendo lo spettatore da quello che sta avvenendo.
 
Giunti nel presbiterio, dietro l’altare maggiore, precisamente nell’abside, troneggia in altro la grande immagine di San Giorgio che uccide il drago, un olio su tela dipinto nel 1840 che, che come l’Ultima Cena  segue la concavità della parete.  Ovviamente il posto d’onore spettava al Santo titolare della chiesa, patrono della città fin dalla sua remota fondazione.  Quello per san Giorgio è un culto giunto in Puglia durante la dominazione bizantina, dunque un santo orientale, anche se l’iconografia di Giorgio cavaliere  nasce nell'Occidente latino. In base ai contesti e ai luoghi Il Santo e il drago simboleggiano gli opposti, in questo caso la vittoria della Fede sul Paganesimo. Anche nella tela del Maldarelli c’è la principessa che fugge  spaventata, ma soprattutto la figura di San Giorgio è imponente sul drago e come sempre i riflettori sono puntati sull’azione che si sta compiendo tramite un sapiente gioco di colori in cui domina sempre uno sfondo quasi del tutto monocromatico.
 
Continuando si incontra l’altare dedicato all’Arcangelo Michele che scaccia gli Angeli ribelli. L’olio su tela fu dipinto dal Maldarelli nel 1839. In essa egli rappresenta il momento in cui il principe delle milizie celesti, Michele,  fa precipitare all’Inferno gli angeli ribelli, un episodio che simboleggia per la chiesa la lotta tra Cristo e l’Anticriscto.  Volutamente il pittore dipinge la scena con delle differenze stilistiche tra il Bene, rappresentato da Michele e dall’angioletto che regge lo scudo con la scritta Quis ut deus identificativa dell’Arcangelo, immagini rassicuranti contrapposte a immagini terrifiche, quelle degli angeli ribelli che mentre cadono si trasformano in demoni con artigli, con serpenti attorcigliati e soprattutto con smorfie disperate per un destino ormai ineluttabile.  Anche le tonalità cromatiche accentuano questo contrasto, mettendo in penombra il Male sovrastato dal Bene reso invece con colori tenui.
 
Infine,  prima di uscire dalla chiesa  ultimo altare della navata destra è  dedicato alla Madonna del Rosario. Un bellissimo postergale marmoreo, su cui si susseguono 15 ovali contenenti i Misteri del Santo Rosario, incornicia la grande tela a olio  dipinta nel 1769 da Francesco De Mauro, un pittore di spicco nella Martina del Settecento.  Egli come altri artisti dell’epoca si formò in botteghe napoletane, trasferendo questo suo arricchimento professionale nelle sue opere che certamente fanno trasparire questa sprovincializzazione. La tela fu commissionata dalla Confraternita della Madonna del Rosario e oltre al valore artistico per la chiesa essa aveva anche un valore devozionale perché diffondeva il rito della recitazione del Rosario tra i fedeli. Questo scopo era in linea con le regole che l’estetica della Controriforma dettava, il valore estetico dell’arte unito all’insegnamento di regole che ogni bravo cattolico doveva seguire. Colori delicati, una luminosità diffusa e una giusta proporzione nella disposizione dello spazio delle figure, così la Madonna  appare a San Domenico e gli consegna la corona del Rosario, o come il Santo raccontò dopo il suo sogno “una corona di rose di Nostra signora”.  In aiuto alla recitazione del Rosario, sempre con uno scopo didascalico, in ovali che incorniciano il dipinto sono raffigurati tutti i Misteri del Santo Rosario che riguardano il Gaudio, Il Dolore e la Gloria della vita di Maria e di Gesù.  Lo stile delle immagini dipinte negli ovali dei Misteri fa supporre per la sua diversità dallo stile della grande tela che siano stati realizzati da un altro pittore, ignoto al momento, in cui si coglie una mano meno raffinata e più popolare.

E’ chiaro da quanto scritto che l’influenza napoletana è stata incisiva nella costruzione della chiesa, sia per l’architettura che per l’apparato decorativo, trattandosi quindi di artisti partenopei e di artisti locali allineati al gusto napoletano corrente in tutto il Regno.  Fino a tutto il Cinquecento  in Puglia era stata la produzione artistica che proveniva dall’Adriatico e anche dalla Dalmazia a influenzare gli esecutori, poi con la dominazione spagnola, tra Seicento e Settecento la regione fu influenzata  anche dall’arte napoletana. 

La cripta.
Nella Cripta si accede da una scala a sinistra dell’altare maggiore. Essa conserva la struttura originaria, un’aula unica con sei colonne scanalate addossate alle pareti laterali, tre per lato, sui cui capitelli poggiano gli archi della volta. Un piccolo altare centrale in pietra è lì come in passato. Il manoscritto dello storico Angelo Convertini ricorda che nel paliotto dell’altare erano custodite le reliquie di Santa Felicissima, una protettrice meno principale di Locorotondo, poi spostate in un vano che si trova tra la Cripta e la cappella del Purgatorio,  dove sono custodite tante altre reliquie di Santi.  Nella Cappella del Purgatorio un tempo si accedeva dall’altare centrale, ma con i restauri eseguiti nel Novecento quell’accesso fu chiuso e si aprì un collegamento con la Cripta.  Nella cappella sono state rinvenute sepolture di preti e c’è un’altare marmoreo il cui paliotto è la base del battistero della vecchia chiesa cinquecentesca di San Giorgio.

Per approfondire:
  • La chiesa di San Giorgio Martire a Locorotondo – AA. VV. 2004 Locorotondo
  • La storia di Locorotondo nel manoscritto di Angelo Convertini - G.Guarella - 1985 Fasano
  • 1790 - 1990: la Chiesa Madre a due secoli dalla fondazione - nella rivista "Il Camapanile" - P. Montanato - 1990



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