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Il Natale tra Martina Franca e Napoli

Una singolare e truce usanza che le famiglie napoletane e quelle di Martina Franca,  dove l'usanza era stata trapiantata,  mettevano in pratica senza alcun rimorso di coscienza nei confronti del povero capitone.

Tempo di Natale, tempo di ritorno della tradizione. Non solo vetrine di negozi strabordanti di luci e giocattoli e alberi addobbati ovunque; il Natale del Sud, fino ad alcuni decenni fa, aveva presso alcune famiglie più conservative alcuni aspetti decisamente particolari e a volte anche assurdi, che la globalizzazione e la fretta regnanti sovrane oggi ai tempi di Facebook e degli smartphone hanno ormai cancellato del tutto. Senza inutile nostalgia, ma col solo desiderio di documentare quella che poteva essere la celebrazione del Divino Infante fra Napoli e Martina Franca sul finire degli anni '80,  vi racconto in questo articolo come la mia famiglia viveva il periodo delle feste fra la bella Partenope (la città di mio padre, Antonio Rosario Nicolella De Vicaris) e la cittadina della Valle d'Itria dove attualmente risiediamo,  suppergiù ai tempi dell'uscita del fortunato libro "Io speriamo che me la cavo" di Marcello D'Orta.

Fra l'antica capitale del Regno delle Due Sicilie e il borgo murgiano correva e corre un filo rosso fatto di scambio di usanze e parentele (si ricordi che Martina fin dalla sua fondazione dipendeva direttamente per volere di Filippo d'Angiò dalla Corona di Napoli, e napoletani erano i duchi Caracciolo che nel '600 eressero a Martina Franca il superbo Palazzo Ducale. Filo rosso che si rende manifesto in questo periodo dell'anno con le usuali gite ai presepi di San Gregorio Armeno e con l'attuale riscoperta oggi in Puglia di tutto ciò che riguarda l'antica capitale del Regno delle Due Sicilie: la maschera di Pulcinella, il teatro di Eduardo De Filippo, la cucina all'ombra del Vesuvio (spopola a Martina, grazie a una pizzeria napoletana di recente apertura nel centro storico, "'a pizza ch'e' friariell'", un tipo di rapa che cresce solo nella zona circumvesuviana di cui i martinesi sono immediatamente diventati ghiotti), e la musica da Renato Carosone a Pino Daniele, passando per Roberto Murolo e le varie tammurriate campane.

ora con i miei ricordi vi accompagno  vico vico / sulo a tte ca si' 'n'amico come canta la canzone "'A città 'e Pulecenella", per quella che era la festa più bella dell'anno a Napule al tempo in cui Pino Daniele, ispirato dal blu chiarissimo del Tirreno sempre pieno di sole anche nelle giornate invernali, componeva le sue stupende canzoni.

Ho avuto la fortuna di provenire da un'antica famiglia nobile napoletana, i De Vicaris poi Nicolella.  Mia zia Maria Nicolella vedova Grillo possedeva una vecchia ed enorme casa  ngoppa 'o Vommaro , ovvero su al  Vomero,  il quartiere "in" sorto sulle pendici delle colline che sovrastano la città e da cui si gode una vista meravigliosa sul golfo più bello del mondo. Noi i Natali quand'ero bambino li passavamo a Napoli da lei, e quindi per me era naturale fare confronti nella mia testolina fra la città di Martina e l'imponente affollata metropoli del Mezzogiorno. Ricordo per esempio di aver visto lì per la prima volta, abbandonate sul ripiano delle cabine dei telefoni pubblici, le prime schede telefoniche in tagli da 2.000, 5.000 e 10.000 lire; a Martina sarebbero comparse dopo pochi mesi, e io e mio fratello passeggiando per le vie della città ne facevamo incetta. Oggi sono diventate pezzi per collezionisti e le trovi a un mercatino di antiquariato, ma nel 1991 il cellulare ancora non esisteva ed esse erano una novità.

Tornando al Natale, ricordo una singolare e truce usanza che le famiglie napoletane e quelle martinesi che l'avevano imparata ivi mettevano in pratica senza alcun rimorso di coscienza: il capitone fritto vivo nella padella. Un piatto tipico natalizio ancora oggi in uso a Bari (anche se oggi giustamente fra proteste di vegani e animalisti questa barbara usanza pare che a Martina da anni sia scomparsa) era il capitone, sorta di grossa anguilla che per essere gustato meglio e conservarne la sodezza delle carni mentre veniva cucinato si comprava vivo. E già qui ti vedevi questi poveri animali che ti facevano una pena indicibile sguazzare ignari della propria sorte in larghe tinozze di plastica piene di acqua a Napoli a Porta Nolana, dove da secoli era situato il mercato del pesce, come pure a Taranto nei parcheggi dell'Ipercoop, a Bari vecchia e a Martina. Capitoni che venivano venduti direttamente dai pescatori agli angoli delle strade, dibattendosi nelle buste di plastica portate dal papà o dalla zia; era considerato uno sfregio farsi rifilare il capitone già passato a miglior vita. Poi, una volta a casa, la massaia (mi scuso con i lettori della crudezza del mio racconto ma, ahimè, tutto ciò avveniva davvero) estraeva il capitone dalla busta e - orrore! - lo buttava vivo direttamente nella pentola sfrigolante di olio bollente e sughetto davanti alla famiglia vociante ed entusiasta di celebrare la nascita di Gesù Bambino con la morte dell'animale marino. Ma a volte giustamente il capitone si ribellava non volendo fare la fine del Savonarola e di Giovanna d'Arco arrostito vivo, e pur essendo capitato nella padella si dibatteva schizzando olio bollente dappertutto addosso ai malcapitati e a quella megera della cuoca, che non riusciva più ad acchiapparlo; mentre il dispettoso bestiolone (ricordiamo che alcune volte i capitoni più grossi oltrepassano i settanta centimetri di lunghezza) si divincolava qua e là tra i fornelli accesi della cucina a gas, in un guizzo di aperta ribellione verso una così turpe abitudine degli umani di celebrare col suo sacrificio gastronomico il Natale.

Raccontava divertito mio cugino Silvano Grillo (pace all'anima sua, non è più fra noi) in quei pranzi fra parenti del 25 dicembre tutti ammucchiati uno sull'altro nella stretta cucina della casa al Vomero, con il cane Yorkshire di zia Maria aggirantesi sotto al tavolo che ti si arrampicava fra le gambe perché voleva la sua parte e la tartaruga allevata dalla zia sotto al motore del frigorifero (!) per tenerla al caldo che ogni tanto faceva lentamente capolino fra noi per mangiarsi la sua foglia di verdura, di qualche famiglia di suoi conoscenti la quale, spazientita, preferiva rimanere senza cena della vigilia e con notevole danno economico (eh sì, poiché il capitone vivo e in salute costava un bel po' di soldi) e in una maniera o nell'altra acchiappava la bestia per la coda, ormai inutilizzabile ma orgogliosamente scampata alla morte in padella, ridonandole la libertà col gettarla nel tombino più vicino, rimanendo digiuni ma essendosi però risparmiati lo stress di una battaglia uomo-pesce in cui l'aveva vinta il capitone".

Tempo di Natale, tempo di ritorno alla tradizione, dicevamo all'inizio. Oggi molte usanze come questa tragicomica che vi ho appena  raccontato non esistono più, annientate dal mondo tecnologico e raffinato di oggi. E mentre il capitone (o i suoi discendenti) finalmente corre libero per le tubature di Napoli a riguadagnarsi il mare, in chiusura di questo articolo vi auguro cordialmente Buone Feste. Che abitiate su al Vomero o a Martèna viecchie, possiate celebrare un felice e sereno Natale nelle vostre case riuniti con i vostri amici e parenti. Il capitone ringrazia.


 


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