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Il canto alle uova – Canto di questua del Sabato Santo in Valle d’Itria

Al mattino del Sabato Santo partivano di buon’ora  squadre di suonatori composte da un paio di persone, un cantore e un musicista o più musicisti fino a dieci persone, giovani, adulti e anziani, tutti maschi. A piedi o sui carri trainati da animali. Giunti  nella prima masseria al limitar delle aie con discrezione e a sorpresa essi intonavano “Il Canto alle Uova”  ai massari (cande all’ove). Gli strumenti musicali che accompagnavano il canto variavano tra fisarmonica, organetto, chitarra, chitarra battente, tamburelli, cupa cupa,  triccheballacche e nacchere. Si trattava di canti con temi riferiti alla Morte e Resurrezione di Cristo e al pianto della Madonna. Si cantava fino a quando i massari uscivano di casa, specialmente se era notte fonda o alba. Spesso il massaro e la sua consorte  stavano al gioco ma se si facevano attendere troppo i musicisti cominciavano a canzonarli, con frasi esplicite nei loro confronti. Così essi  si affacciavano all’uscio con numerose uova in mano da porre nel cesto che l’incaricato tra i  questuanti recava in mano. Poi seguiva un pasto da consumare insieme che la massara aveva preparato imbandendo una tavola in casa con salumi, formaggi, frittate e altre primizie di stagione. Talvolta si ballava la pizzica se i massari avevano tempo, anche la pizzica scherma che veniva interpretata da due uomini. Dopo ulteriori auguri la squadra di suonatori si congedava e si incamminava verso altre masserie. Qualche anziano racconta che  se i musicisti non erano bravi il massaro poteva sparare con il fucile per cacciarli. La verità è che se i massari non accoglievano i gruppi di questuanti questi andavano via maledicendo la masseria, ma bonariamente, senza la volontà di augurare vere sventure.

In Valle d’Itria e nell’Alto Salento per decenni gli anziani hanno passato il testimone ai propri figli e nipoti , dove la tradizione si rinnova ogni Sabato Santo nelle forme  descritte, sempre con squadre di anziani, adulti e giovani, ora anche qualche fanciulla e se ci sono bambini a loro il compito di recare in mano il cesto per le uova, precedendo tutti. Qui un tempo il canto era noto come U Sabbte Sande, poi sotituito dalle matenate e serenate. Il cerimoniale è lo stesso, solo che adesso nelle campagne si giunge con gli automezzi, ma per non invadere con rumori meccanici le proprietà si parcheggia fuori dai cancelli di accesso. Solo i cani avvisano che arrivano i suonatori.  Squadre di questuanti visitano anche alcune città dove, certamente,  è più difficile ricevere uova, ma  i commercianti donano offerte in denaro o qualche cibo, anche sigarette. Molti residenti aprono il loro uscio per fare la loro offerta con dolci, caffè e paste fatte in casa.   Alla fine del giro tutto il ricavato si spartisce equamente.

 Le uova che i questuanti ricevono sono indubbiamente simboli pasquali ma, più paganamente, simboleggiano anche la fertilità. La vita contenuta nell’uovo è come il seme contenuto nella terra prima che germogli a Primavera. Si tratta quindi di canti propiziatori. Si deve considerare anche che  il Sabato Santo finiva il periodo quaresimale, in cui, tra gli altri cibi, erano vietate le uova. Pertanto l’accumulo in quaranta giorni di molte uova consentiva di poterle regalare ai suonatori che, come per tradizione, avrebbero fatto una frittata con asparagi il giorno di Pasquetta.

1 marzo 2015 (M.T.A.)

 

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